Cuneo e Genova non sono lontanissime, ma organizzare una tre giorni per l’apertura di una via non è cosa semplice, specie nel trovare il tempo tra i vari impegni lavorativi e familiari. Dopo una lunga serie di telefonate arriviamo alla decisione, sarà per la prima settimana di agosto. Veloce telefonata a Marco, custode del rifugio Bozano e via con i preparativi. Andrea può raggiungerci solo il venerdì mattina presto, mentre io e Paolo potremmo già il giovedì.
Pian delle Mosche ore 9. Paolo è intento a nascondere tre birre nel fiume, io a rifare le corde comode per il someggio. Zaini pronti e partiamo alla volta della De Cessole. Il sentiero lo conosciamo bene, ma stavolta coi carichi per attrezzare sembra più ripido e lungo. Al gias della Mesa passo avanti dicendo che conosco la diretta avendola fatta con Katya. Paolo senza rispondere mi segue. Questa volta trovo il sentiero più ripido che in autunno, ma dò la colpa allo zaino, mentre il mio amico sembra tranquillo pur con quel bel carico. Sono le ore 12. Mostro a Paolo la linea che avevo visto mesi prima, lui l’aveva vista solo in foto. Dal vivo fa tutto un altro effetto, ma si sa, salendo poi cambierà sicuro.
Inizio io a salire, i primi due tiri non sono impegnativi e la roccia è, come per tutto il massiccio dell’Argentera, bella. Arrivato al termine del secondo tiro cerco un buon posto per sostare e alzando la testa vedo pochi metri più in alto un cordone sbiadito su due spit. Immediatamente vengo travolto da una delusione, prima ancora di dirlo a Paolo, in me nascono idee contradditorie, abbandonare l’idea della via? Farla lo stesso? Urlo a Pol di mollare tutto e si stupisce della mia rapidità in sosta. Capisce anche lui che a meno di una sosta improvvisata devo aver trovato qualcosa. Aspetto arrivi da me e gli mostro la scoperta. Subito mi conferma una idea che anche io mi ero fatto… Patrik Gabarrou è passato di qua, ha iniziato una via, ma l’avrà finita? Paolo è deciso, prosegue convinto sui tre spit visibili a fianco di una bella fessura, poi trova
una sosta con appesi una manciata di placchette e tasselli uniti da un maillon.
Mi avvisa che oltre non c’è più nulla. La cosa mi rilassa, lo raggiungo e insieme decidiamo di continuare. Quella sosta non va bene, troppo scomoda e vicina alla precedente. Saliamo per ancora una decina di metri e sostiamo. Ora il gioco si fa duro, un passo delicato
difende un tettino, ma con un abile ribaltamento Paolo lo supera e si arriva così al terzo tiro. Incominciamo ad essere stanchi, la salita coi carichi e le varie decisioni sulla scelta dell’attacco nonché il tempo a capire le intenzioni di Patrik e la correzione dell’ultimo tiro han fatto fare capolino al sole. Vista l’ora decidiamo di scendere senza però cercare di capire come Patrik sia arrivato a posizionare la prima sosta senza aver lasciato nulla sotto. Calandoci in doppia capiamo che sicuramente ha seguito una cengia canale sulla destra della nostra via, percorribile ma esposta.
La sera al rifugio Bozano parliamo con il custode Marco per sapere se lui era a conoscenza di una linea di Gabarrou sulla De Cessole. Non ne sa niente. Ci avverte di non preoccuparci, che in zona durante la gestione di Franca presso il rifugio Remondino, sua moglie, Patrik ha attrezzato parecchie vie, alcune però solo iniziate e mai terminate. Finiamo la cena e ci convinciamo della cosa, non è lontano il Remondino e c’è un sentiero che collega i due Rifugi. Per tutta la notte non dormo, non per il dubbio della via, ma perché mi è salita la febbre. Sono rovente. Al mattino prendo due tachipirine e mi avvio con Paolo verso l’attacco. Di qua è tutta un’altra cosa, anche se è un sentiero tra pietraie comunque è pianeggiante ed in meno di un’ora siamo all’attacco. Mentre prepariamo le corde arriva Andrea, ha dormito al pian delle Mosche. Per essere così presto dev’essere partito nella notte, ma per lui questo non è assolutamente un problema. Durante i preparativi gli raccontiamo degli spit trovati, della nostra decisione e del fatto di voler continuare. Lui è d’accordissimo… l’idea della via d'altronde è anche sua!
Si parte ed io prendo un altro antipiretico, l’ultimo che ho nella scorta dello zaino. I tre tiri passano veloci e Pol, sapendo delle mie
condizioni di salute, decide di attaccare il quarto.
La delicata placca del sesto tiro
Io e Andrea come sherpa abbiamo tutto dietro, due zaini belli pieni a farci compagnia, ma questa è la regola se si vuole procedere veloci. Ad ogni tiro studiamo la linea e rifornito Paolo lo vediamo procedere veloce, sicuro e tranquillo anche su quelle placche delicate e avare di tacche. Siamo al sesto tiro ed io mi sento a pezzi. La febbre è risalita e un po' la mia situazione e l’orario ci fanno decidere per scendere, abbiamo anche poco materiale a disposizione. Con sei calate siamo a terra, Andrea mi da
un’altra tachipirina e ritorniamo al Bozano. La notte è eterna, penso all’indomani e sinceramente mi chiedo come potrò essere d’aiuto. Fatta colazione, la compagna dell’amico Bassignano, incontrato in rifugio, mi propone altri antipiretici non garantendomi, però, facciano effetto da permettermi di passare tutta la giornata appeso. Aveva ragione, all’attacco della via sono sfatto. È chiaro che anche il primo giorno la stavo incubando e si spiega il perché della fatica a salire, non era solo lo zaino.
Andrea mi dà le sue due ultime pastiglie e a malincuore decido di restare alla base. Per me è la prima volta che rinuncio ad una apertura, ma in queste condizioni sarei solo di peso. Andrea e Paolo partono all’attacco dei sei tiri con tutto il materiale al seguito, io purtroppo non li posso aiutare. Sei tiri al momento impegnativi e che richiedono tempo per essere percorsi. Da sotto li osservo e sdraiato su una comoda pietra mi rilasso sino ad addormentarmi. Mi sveglio perché mi sento bruciare, stavolta però è il sole che è arrivato alla base della parete. Cerco i due amici e li vedo intenti a salire, sono alti e quasi al punto di sparire dalla vista dove la parete si abbatte leggermente. Mi sposto verso valle e li seguo. È pomeriggio inoltrato, sicuramente faremo tardi, ma era nei piani, la via è lunga. Verso le 18 siamo nuovamente riuniti sulla morena. Mi avvisano che sono arrivati al nono tiro, che sopra le difficolta diminuiscono ma due tiri li hanno impegnati perché delicati e uno anche leggermente strapiombante. Ritirati i materiali iniziamo a scendere, sono cotto ma la curiosità è tale che li martello per sapere nei minimi dettagli com’è la via, le difficoltà e come e quando la finiremo. Già, quando la finiremo? Alla macchina con tre birre fresche si parla del futuro, potrebbe essere ancora entro l’autunno, chissà… intanto tra birra e pastiglie io mi sento uno straccio. Una veloce pizza
fuori orario insieme a Borgo San Dalmazzo e ci salutiamo. Andrea ha un viaggio notturno non indifferente fino a Genova, io e Paolo siamo più fortunati.
Tre giorni dopo mi chiama Andrea dicendomi che l’ho contagiato, sicuramente durante le pause in sosta. Sorrido e sapendo che dovendo partire per le ferie ci daremo appuntamento per settembre, prima che le pareti a nord ovest diventino troppo fredde.
Ci si avvicina alla zona strapiombante
Purtroppo a settembre tutti e tre siamo impegnati col lavoro e ad ottobre sarà troppo tardi, per cui decidiamo di rimandare per l’anno successivo.
Estate 2024. Dobbiamo concluderla, Paolo, Io ed Andrea ci sentiamo più volte su come fare, dovrebbero mancare tre tiri alla cima. Paolo ci conferma che non mancano più di 200 metri e che da dove erano arrivati lui e Andrea la forcella sotto alla via normale non sembrava lontana. Valutiamo il da farsi, salire tutta la via col materiale al seguito oppure provare a salire lungo la normale della De Cessole e cercare di raggiungere la forcella, calarsi e proseguire con la linea. Passano giornate di scambi fotografici sul telefono di dove potrebbe essere l’ultima sosta raggiunta rispetto alla forcella, se la scelta potrebbe essere la migliore o se come detto risalire tutta la via. Nuovamente prima settimana di agosto e nuovamente difficoltà nel trovarci tutti e tre. Paolo ci avvisa che non potrà esserci, ma ci sprona a finirla. Andrea ed io partiamo alla volta del Remondino, saliremo la normale della cima e valuteremo dall’alto il da farsi, nè io nè lui abbiamo salito la normale della De Cessole e leggendo sulle relazioni non sembra proprio una passeggiata. Così prenotato il rifugio, la sera siamo con Marco, anche lui stesso nome ma custode del Remondino, a parlare. Ci dice che anche lui non ha mai percorso la normale, ma sa non essere banale. Alle 6 siamo in marcia e iniziamo a salire con tutto il materiale per terminare la via, se saremo fortunati l’idea di arrivare all’ultima sosta della linea potrebbe garantirci di terminarla.
Saliamo in conserva, effettivamente non è una normale molto frequentata, solo alcuni cordoni ci garantiscono di essere sulla via giusta. Scendere sicuramente non sarà banale, tratti ripidi erbosi e umidi, lunghe cenge esposte non vanno sottovalutate. Ma mentre parliamo la salita scorre velocemente tanto da trovarci in un baleno alla forcella. Abbandoniamo quella che sembra essere la normale per salire una delicata placca sino a sbucare sulla forcella. Sorpresa, la nostra parete è là sotto, completamente in ombra, ma bella e alta, con la morena appena visibile. Corno e Argentera si stagliano davanti a noi. Chiedo ad Andrea se riconosce l’ultimo punto raggiunto l’anno precedente, ma si sa… non è immediato specie dall’alto. Valutiamo la situazione e decidiamo di provare a scendere, nel caso peggiore risaliremo con qualche chiodo o friend che abbiamo al seguito. Attrezzata la prima doppia su spuntone mi calo per sessanta metri, sono ai nodi della doppia, ma non vedo nulla! Sono indeciso, potrei risalire assicurato da Andrea, lui giustamente mi dice di valutare perché sono io sotto, lui non capisce dall’alto. Poi ragiono che siamo venuti fin quassù per terminare la via e non ultimo ci toccherebbe ridiscendere per la normale!
Meglio di no, attrezzo una sosta su un piccolo spuntone e lo chiamo. Non dice nulla e mi raggiunge, uno sguardo ci basta per capire che ormai siamo in gioco. Tiriamo giù le corde e ci troviamo soli su una parete enorme. Ci consola il fatto di avere con noi trapano e spit. Salvo malfunzionamenti dovremmo poter scendere sino a trovare le soste della via. Riparto per una nuova doppia seguendo le sue indicazioni e arrivato sopra ad una balza valuto se scendere ancora o desistere, ma è proprio in quel momento che trovo la sosta. Due spit con maillon e un cordino con tre placchette avanzate. Posto più comodo non c’era, anche molto protetta. Arrivato Andrea e preso una decina di spit, parto seguendo la linea più diretta alla vetta, un tiro facile su bella roccia fin sotto ad uno spigolo tra pareti strapiombanti. Il successivo è lo spigolo vero e proprio, delicato per alcune pietre instabili.